64° edizione

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  • Stefano Stefanutto Rosa / CinecittàNews

    L’aveva detto chiaramente Nanni Moretti che Terrence Malick era tra i favoriti e Paolo Sorrentino l’aveva seguito a ruota convinto che The Tree of Life fosse il candidato per eccellenza alla Palma d’Oro. Quel che forse i nostri due registi in Concorso non si aspettavano era di restare fuori dagli altri palmarés, soprattutto Sorrentino dopo la straordinaria prova di Sean Penn nel panni dell’ex stella del punk in This Must Be The Place. Un’interpretazione definita dalla rivista ‘Hollywood Reporter’ “eccentrica, forse la più folle della sua carriera”.

    Certo altrettanto straordinaria è stata la prova d’attore dell’80enne Michel Piccoli in Habemus Papam, ma qui forse ha pesato il fatto che già nel 1980 il grande artista francese era stato premiato a Cannes per Salto nel vuoto di Marco Bellocchio. Insomma tornano a casa a mani vuote.

    Malick è assente alla premiazione, come prevedibile visto il carattere personaggio, e per lui parlano i produttori: “Abbiamo chiamato Terry prima della premiazione, dicendogli che forse avremmo preso una Palma. Era eccitato. Non è facile per lui venire qui, è molto timido e umile. Vuole che sia l’opera a parlare per lui e non desidera essere una celebrità. Ci ha tenuto a ringraziare sua moglie e i suoi genitori”.

    L’AD di Rai Cinema Paolo Del Brocco è soddisfatto del massimo riconoscimento assegnato a The Tree of Life “opera di un grandissimo autore che la critica ha definito un capolavoro assoluto. Film che Rai Cinema con 01 distribuisce in questi giorni nelle sale italiane. Un’opera che svela il senso della vita, infonde un profondo senso religioso di fronte all’avventura dell’esistenza umana”. Certo Del Brocco parla di delusione e dispiacere per il cinema italiano che pure presentava due grandi film di qualità in Concorso. “Resta tuttavia la soddisfazione per l’accoglienza riservata al Festival ai film coprodotti da Rai Cinema. Habemus Papam e Corpo celeste, la sorprendente opera prima di Alice Rohrwacher alla Quinzaine, sono stati acclamati dal pubblico internazionale. La significativa presenza al Festival conferma l’impegno della Rai nel sostenere il cinema italiano dagli autori affermati ai giovani talenti”, conclude l’Amministratore delegato.

    Il presidente della giuria di Cannes 64 Robert De Niro riconosce che è stata “una decisione difficile, altri film erano altrettanto buoni e tutti diversi, ma la maggior parte dei giurati ha sentito che quello di Malick era ‘il’ film per la grandezza, l’impatto, le intenzioni”. E sull’assenza del film di Sorrentino dai palmarès, l’attore americano non si sbilancia: “Il suo film era interessante, Sean Penn eccezionale, ma come giuria abbiamo dovuto prendere delle decisioni”. Meno diplomatico il commento del giurato Jude Law che ammette “lunghi dibattiti su alcuni film che non hanno avuto premi, a cominciare da quello di Kaurismaki, e poi Moretti e Almodovar”.

    E infatti rientra senza Palme nella sua Finlandia il regista Aki Kaurismaki, per lui la seconda volta sulla Croisette, che con il suo Le Havre, favola sull’immigrazione con protagonista un umile lustrascarpe, era dato fino all’ultimo tra i favoriti.
    Miglior attrice, nonostante una forte candidata come la madre-coraggio Tilda Swinton di We Need To Talk About Kevin, è Kirsten Dunst, la depressa di Melancholia diretto da Lars Von Trier, il regista sanzionato dalla direzione del Festival per alcune gravi affermazioni su Hitler e gli ebrei. “Quello di Lars è uno dei migliori film. Siamo tutti d’accordo a condannare quello che ha detto, ma Melancholia è un’opera d’arte completa ed è molto ben recitato”, spiega un altro giurato eccellente, il regista Olivier Assayas.

    Il Gran Premio della giuria va ex aequo ai fratelli Dardenne per Il ragazzo con la bicicletta e a Nuri Bilge Ceylan per Once upon a time in Anatolia. “Ho una certa responsabilità e spero che questo premio sarà utile per il nostro cinema – afferma il regista turco – che ha una nuova generazione di cineasti emergenti e molti anche della mia età. Queste ricompense aprono tante porte”.

    La Palma per la Miglior regia va un outsider il danese Nicolas Winding Refn per Drive: “Il progetto è del principale interprete del film, Ryan Gosling. Come quando Lee Marvin voleva fare Point Blank e, avendo visto un film di John Boorman, è andato a Londra a cercarlo. Drive è un melange di Hollywood ed Europa”.

    Gli altri premi vanno a Footnote (Miglior sceneggiatura) dell’israeliano Joseph Cedar, a Polisse (Premio della giuria) della francese Maiwenn e a Las Acacia (Camera d’or per la migliore opera prima) di Pablo Giorgelli.
    Più che meritato il premio che porta a casa The Artist del francese Michel Hazanavicius, delizioso film muto francese, cioè la Palma al miglior attore, Jean Dujardin che conclude “Ho recitato in un film audace perché nell’epoca di Avatar, siamo tornati ai fratelli Lumière…”

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